L’intervento ortopedico
Dovevo subire la rimozione chirurgica di alcuni chiodi dalle ginocchia. Rispetto alla precedente operazione di ricostruzione ortopedica, quest’ultima si prospettava come un intervento molto semplice. Dunque l’affrontai a cuor leggero, quasi come una vacanza dal lavoro.
Mi recai in un ospedale privato ben attrezzato e lussuoso.
Un ortopedico sarebbe intervenuto per rimuovere viti e bulloni, neanche fossi stata una motocicletta.
Alle otto del mattino ero già nella sala d’aspetto, in attesa che mi portassero in sala operatoria. Poltrone comodissime erano sparse ovunque, quadri e stampe varie ornavano le pareti, tavolini di vetro e di legno erano colmi di riviste.
Con calma serafica aspettavo e avevo preso in mano una rivista che sfogliavo tranquillamente.
Poco dopo, venne a sedersi di fronte a me una ragazzina molto attraente. Aveva capelli biondissimi, lungi e inanellati, gli occhi blu enormi e orlati da folte ciglia. Ostentava un’aria annoiata e di sussiego. Anche lei aveva preso in mano una rivista e ne sfogliava le pagine distrattamente, piuttosto ogni tanto, mi osservava di sfuggita. I lineamenti erano delicati e belli, il suo corpo era di ragazzina appena sviluppata. Infatti, aveva un accenno di seno e i fianchi vagamente rotondi. Le gambe affusolate erano coperte da calze azzurre, le scarpette erano di vernice nera. Il suo abbigliamento appariva ricercato e costoso. Non era alta, ma era proprio ben fatta.
Sbuffava e ogni tanto continuava a rivolgermi occhiate altezzose.
Poi improvvisamente: - Deve operarsi anche lei?- mi chiese.
-Sì certo, sono qui per questo. Sto aspettando che mi portino in sala operatoria. -
-Ah – continuò - capisco. -
-E tu, perché sei qui? -
-Oh! Hanno deciso di togliermi l’appendice. Sto per essere ricoverata e attendo che mi chiamino per assegnarmi una camera decente! -
-Non hai paura? Ti vedo molto spavalda. -
-Perché dovrei averne? Mi faranno un buchino e andrò a casa in fretta. -
-I tuoi genitori dove sono?- domandai.
-I miei genitori sono sempre all’estero. Sto con i nonni che sono dei gioiellieri molto importanti. -
-Ah! Papà e mamma lavorano in un’altra città? Mi spiace, non immaginavo! -
-Macché! Non lavorano, si divertono. Lei di cosa si dispiace scusi? Che loro si divertano? A me non dispiace. Stanno sempre fuori e non scocciano. Poi anche se fossero qui, la cosa non cambierebbe. Con me non parlano mai, però mi danno tutto ciò che voglio, come fanno i nonni. -
La sua aria era altezzosa e sdegnata anche se evidentemente, non se ne rendeva conto.
-In che scuola vai?- volli sapere.
-In un istituto privato. Anche lì mi fanno fare quello che voglio. Una noia mortale! Studio, ma gli insegnanti non valgono niente e quello che imparo, lo faccio per conto mio, con il computer e le enciclopedie. -
-Brava! Ma è tempo che ci presentiamo. Come ti chiami? -
-Romilda- e aggiunse un cognome nel quale riconobbi quello di rinomati commercianti orafi.
-Lei è simpatica però signora, sa parlare con i ragazzi. -
-Anche tu sei simpatica, Romilda. Un po’ palloncino gonfiato, ma in gamba, tutto sommato. -
-Palloncino gonfiato? Come sarebbe! -
-Sì, intendo dire che ti dai molta importanza, comunque mi piaci lo stesso. -
In quel momento un’infermiera venne a dirmi di seguirla. Mi ritrovai in una grande sala attrezzata chirurgicamente. Il mio ortopedico mi volgeva le spalle e non mi guardò. Mi fecero adagiare su una barella posta sotto un’enorme lampada e mi scoprirono interamente il corpo cospargendolo di disinfettante.
Un medico anestesista si avvicinò sorridendo e mi prese un braccio nel quale introdusse un ago. L’ultima cosa che vidi fu la sua espressione da beota sorridente.
Mi svegliai di lì a poco e ….….….incredibile! Sentii che mi avevano bucato la pancia. Provavo un forte bruciore al lato destro dello stomaco e non riuscivo a capirne la ragione. Allora mossi una mano per toccare dove mi doleva e così facendo, mi accorsi che era una mano piccola. Provai un brivido di raccapriccio! Cosa mi stava capitando?
Le braccia! Non erano più le mie. Erano più minute. Mi toccai dunque il viso e avvertii il contatto di capelli riccioluti. Non erano i miei capelli!
Mi venne da piangere. E, infatti, cominciai a lamentarmi e a gemere.
A questo punto entrò una bella signora un po’ avanti negli anni, ma egualmente piacente e molto elegante.
-Romilda, tesoro! Ti sei svegliata- disse carezzandomi.
-Io non sono Romilda!- gridai all’istante.
-Va bene, va bene, dormi, ancora non ti sei ripresa. -
Andò via lasciandomi nelle più gravi ambasce. Mi faceva male il fianco destro, ma potevo muovermi e quindi mi alzai. Presto però dovetti piegarmi in avanti poiché il dolore era aumentato. Non desistetti e mi avvicinai allo specchio di quella che doveva essere una camera d’ospedale.
Quello che vidi mi fece gelare il sangue nelle vene: non ero più io. Ero Romilda!
Quegli occhi azzurri e pieni di ciglia non erano i miei, che erano sempre stati castani. Quel visetto assai bello non era il mio. Il mio viso non era mai stato brutto, ma certo non era più tanto giovane.
Povera me! Ero Romilda!
Mi balenò un’idea agghiacciante: doveva essere avvenuto uno scambio in una non ben identificata dimensione. Se così fosse stato, in quel momento Romilda si trovava nei miei panni.
Rientrò la signora di poc’anzi in compagnia di un medico in camice bianco.
-Allora signorina, ti sei svegliata?- disse quest’ultimo.
Ero in piedi e subito lo assalii: -Dottore! Non sono Romilda! -
Restò un po’ interdetto. Poi sorrise: -La nonna dice che ancora non ti sei svegliata bene. Io penso piuttosto che hai voglia di scherzare e fare i capricci. -
-Capricci un accidenti! Sono la signora……. - e pronunziai il mio cognome.
-Sì sì, va bene. Coricati. Domani andremo a casa- ribatté prontamente la nonna.
Ero stremata. Mi coricai davvero e le forze mi vennero meno.
L’indomani mio malgrado, fui portata via e condotta in una casa lussuosissima: un’antica villa, racchiusa da un parco principesco con miriadi di fiori.
La nonna mi condusse nella stanza di Romilda. Anche lì il lusso e la ricchezza trasudavano ovunque, dalle pareti rivestite di broccati alle migliaia di giocattoli sparsi dappertutto. Ma niente di quello che vedevo mi attirava minimamente, benché tutta la dimora fosse una vera reggia.
-Mettiti di nuovo a letto e non ti muovere, - ordinò la nonna, e uscì dalla stanza.
Adesso dovevo proprio risolvere quel tremendo e insolito problema. Dovevo tornare a casa mia, da mio marito, al mio lavoro. Dunque dovevo fuggire. Sì, non vi era altra soluzione! Per quanto fosse ardua l’impresa di uscire da quella villa, lo dovevo fare, volevo provare!
Per fortuna non avvertivo più dolore al fianco. Come se non mi avessero neppure operato.
Furtivamente uscì dalla stanza e mi avviai verso il parco. Nessuno mi vide. Il cancello era aperto e mi diressi verso casa mia. Camminai per molto tempo e avevo la mente confusa, come se avessi la febbre. Non mi arrendevo, ero determinata a tornare alla mia adorata casetta.
Alla fine vi arrivai e trovai la porta d’ingresso aperta. Forse mio marito era rientrato e l’aveva lasciata socchiusa.
Accidenti! Ero Romilda. Che cosa avrebbe detto?
Entrai silenziosamente e mi nascosi dietro un divano, in preda alla più grande costernazione e ai dubbi più feroci.
Caso volle che mio marito si venisse a sedere proprio su quello stesso divano.
Non sapevo che fare e come esordire. Pensai di chiamarlo senza farmi ancora vedere.
Lo feci, ma la voce che gorgogliò dalla mia gola era di Romilda!
Ricordo che molti anni or sono, quand’ero piccola, in casa di una mia vecchia zia mi nascosi dietro una poltrona, mentre la poverina aveva in mano un vassoio pieno di tazze di caffè. Per gioco e per scherzare, venni fuori all’improvviso e feci: -Cucù!-
La zia si produsse in un salto in aria di almeno mezzo metro e andò ad atterrare su un tappeto, rovesciando vassoio, tazze, piattini, zucchero e zuccheriera.
Ora mio marito non fece di meno della zia e all’udire quella voce, schizzò via dal divano come se avesse udito un lamento d’oltretomba!
Ero rimasta sola, ma mi trovavo fra le pareti domestiche. La mia casa era più modesta di quella di Romilda, ma non l’avrei scambiata per nulla al mondo.
“Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, tu mi sembri una badia!”
Mai parole mi erano parse più calzanti.
Nuovamente avvertivo spossatezza e confusione mentale e pensai dunque di adagiare le membra sul mio amato lettuccio.
Mi addormentai. Di lì a poco fui svegliata da un rumore strano, come di passi che si avvicinavano. Spalancai gli occhi e vidi me stessa di fronte!
Quello era il mio viso. Il mio volto di sempre. Caro, vecchio, abituale volto! Quella ero io, proprio io. Cosa facevo lì?
Ah sì! Poco dopo compresi. Lo scambio era stato perfetto. Romilda era divenuta me, ed io ero divenuta lei.
Si sedette sul mio letto e disse: -Mi trovo bene nei tuoi panni. Ho sempre avuto fretta di crescere ed eccomi qua. Adesso sono già grande! Ah, ah, ah, ah. -
-Romilda, a me invece non piace essere te. Per carità, senza offesa. Anzi ne acquisto in gioventù, però rivoglio la mia vita, il mio corpo, la mia faccia! -
-Dev’esserci stato uno scambio in non so quale dimensione, - fece lei -forse nella dimensione degli anestetizzati. -
-Sì forse, ma io non voglio restare anestetizzata, mi voglio svegliare. -
-Allora forza, svegliati! Svegliati! Svegliati! Svegliati! -
Qualcuno stava scuotendomi, continuando a ripetere quella parola. Mio marito mi guardava mentre aprivo gli occhi e stava dicendo:
-Oh finalmente! Ti sei svegliata. E’ finita. Ti hanno già operato. Come ti senti? E’ andato tutto benissimo. Domani torneremo a casa e sarà tutto veramente finito. -
Un sogno! Dunque era stato tutto un sogno, una specie di delirio dovuto dall’anestesia.
Romilda però apparteneva alla realtà e la sua conoscenza doveva avermi molto suggestionata. Mi aveva coinvolto e impressionata con quel suo fare pieno d’alterigia, quel suo atteggiamento da bambina spaventata che vuole darsi coraggio ostentando freddezza e altezzosità. Una bellissima ragazzina che non parlava mai con nessuno, cui i genitori avevano negato la loro presenza anche in un momento delicato come quello di un intervento chirurgico. Aveva parlato con me quasi a sfidarmi, a dimostrarmi che non aveva bisogno di nulla e di nessuno. Senza sapere che tutti i ragazzi hanno bisogno d’affetto, di qualcuno che stia loro sempre vicino e che li sappia amare in ogni istante della vita. |